Il bivio di Matteo e nonostante tutto il capolavoro del PD

A cura di Egidio Cardini

Ho sempre appoggiato Matteo Renzi non tanto per la chiarezza o per la profondità di un progetto politico e di una visione, che a mio parere gli mancano ancora, ma per il coraggio sensazionale di rompere lo schema antico e ormai decrepito del Partito Comunista Italiano che, sotto mentite spoglie e falso nome, peraltro periodicamente rinnovato, ha tenuto in scacco per anni il centro- sinistra e tutta l’area di ispirazione democratica, la quale, in questa Repubblica, ha sempre avuto potenzialità ideali e culturali enormi e, a causa di questo male, ha sempre perduto occasioni clamorose.

La storia perdente delle quattro stagioni

Nel centro-sinistra abbiamo sopportato per anni una classe politica invecchiata, ottusa, ideologica e rancorosa, avvezza alle vecchie liturgie della politica del passato, dalla quale ha ereditato il peggio.
Paradossalmente i vecchi quadri comunisti si sono rivelati addirittura peggiori dei loro ex-avversari democristiani, proprio nel momento in cui si sono avvalsi di un’odiosa strategia di sopravvivenza, mantenendo in vita sé stessi e il proprio micropotere, sgretolando la propria credibilità e perdendo sistematicamente o tutt’al più pareggiando elezioni già vinte.

Non hanno avuto vergogna né pudore, dimenticando di rappresentare ormai soltanto sé stessi, ripiegati sul proprio orgoglio autoreferenziale, ripetitori di presunte verità ideologiche e in realtà lontani dai drammi personali e sociali delle vittime di questa crisi strutturale.
Si sono illusi di considerare il Partito Democratico come la quarta stagione di una lunga storia che é nata con il PCI, é proseguita con il PDS, si é prolungata con i DS e adesso é approdata allo stesso PD.

Di questo nuovo e grande partito hanno preteso di controllarne il parto che lo ha messo al mondo, ne hanno gestito i primi vagiti, hanno preteso di applicare ad esso i propri strumentali bizantinismi e le proprie liturgie e alla fine hanno cercato di fissare un controllo classico nelle mani degli uomini di sempre.

Da Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Anna Finocchiaro e dai quasi giovani dell’ultim’ora, come il buon Cuperlo, chiediamoci con sincerità che cosa avremmo potuto attenderci. Che cosa potevamo attenderci se non uno stanco partito, stanche istituzioni, stanchi e ripetitivi discorsi e stanche bugie, quelle di sempre, che misuravano le parole non sulla verità dei fatti e dei processi storici, ma sulla convenienza delle strategie?

Insomma, un mondo stretto, corto, asfittico e soprattutto finito.
Matteo Renzi ha fatto finire davvero questo mondo e ha sepolto una serie di cadaveri politici che ormai giacevano insepolti da tempo. Ha detto verità crude, ha combattuto battaglie anche perdenti, ha giocato allo scoperto con personaggi che invece venivano da una scuola che educava i dirigenti neofiti a fare una sola cosa per circa un anno dopo l’ingresso nei Comitati Direttivi o Centrali del Partito: tacere per disciplina.
Il compianto Piero Barcellona, mancato da poco e coraggiosamente allontanatosi da questo universo, lo aveva dichiarato espressamente più volte. Io stesso lo avevo sentito. Il primo anno di permanenza nel Comitato Centrale gli era stato semplicemente imposto il silenzio, pena la sua espulsione.
Pur davanti a questo contesto originario di disciplina priva di responsabilità, noi abbiamo dato vita invece a un partito che continuo a credere essere stata una rottura culturale, prima ancora che politica, nel momento in cui alcuni, a partire da Romano Prodi, hanno compiuto il capolavoro di

unire la tradizione cattolico-democratica, quella socialista-democratica e quella liberal- repubblicana, passando da una concezione ideologica della politica alla logica del progetto politico creato su basi di giustizia e di sviluppo dinamico della società.
Mai più apparati, bensì opzioni di governo dei processi sociali.

Nonostante tutto il PD é stato un capolavoro

Nonostante tutto il Partito Democratico é stato un capolavoro perché ha coniugato ciò che in passato pareva irrimediabilmente destinato alla contrapposizione ideologica e che invece é cresciuto e maturato.
Il PD ha unito forze e ha coniugato valori secondo i tempi nuovi, ha finalmente rovesciato ostacoli incomprensibili, ha sfidato tutti sul terreno della politica che legge i processi sociali, ascolta le istanze, chiede decisioni e scelte su un indirizzo chiaro, pratico, forte e definitivo. Non a caso oggi, nonostante la valanga di contraddizioni che lo accompagnano, esso non viene seppellito dalla confusione dei giorni e non perde consensi, ma paradossalmente resta l’unica vera forza politica in un campo deserto e svuotato. Forse vince perché non ha avversari, ma questo é, in fin dei conti, un dettaglio irrilevante. Il PD ha comunque un’opportunità storica di generare un ricambio che, prima ancora che generazionale, é culturale.

E’ dalle innovazioni che sgorgano dal cuore e dal cervello che nascono i progetti politici più umani. Il resto é ideologia morta.
Ecco perché io, che nel mio stesso partito ho assunto scelte di contestazione e di rinuncia, conservo un ottimismo apparentemente incomprensibile ai più, ma in realtà fondato sulla genialità di questo passaggio storico.

C’é un contrasto profondo e micidiale nell’atteggiamento di Matteo che, in questi giorni, si mostra particolarmente aggressivo con i suoi oppositori interni, che di fatto sono i suoi unici veri avversari. Sa benissimo che ha davanti un esercito demoralizzato e perdente ed é perfettamente conscio della propria inattaccabilità e, mi si creda, non si tratta dell’inattaccabilità di un uomo particolarmente capace e dotato. Matteo non mi pare un grande statista né un fine rivoluzionario. E’ semplicemente un coraggioso che intuisce la sconfitta di un’interpretazione della politica e di un mondo che si ostina a non arrendersi, trincerandosi dietro schemi obsoleti e parole vuote.

Il capolavoro del PD, generato agli albori dalla mente lucidissima di Beniamino Andreatta e dall’intelligenza pratica di Romano Prodi, oggi si dichiara in una possibilità: chiudere con il passato, pensionare uomini e metodi, coltivare nuove speranze, costruire un progetto sociale nel senso della giustizia e della solidarietà.

Il resto é, ancora una volta, ideologia morta.

Le contraddizioni di Matteo

Non ho mai amato Matteo Renzi e la mia stima politica nei suoi confronti si é fermata per il momento a questo meraviglioso atto di rottura.
Dal giorno in cui ho contribuito alla sua elezione alla segreteria nazionale del PD e in cui l’ho visto ascendere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per sostituire quel vaso egizio (con tutto il rispetto) che era Enrico Letta, ho atteso che ci svelasse le sue doti e le sue qualità di governo. Dirò sinceramente che continuo ad attenderlo, mostrando qualche leggera impazienza. Innanzitutto Matteo parla troppo e a volte davvero dà l’impressione di fare chiacchiere.
Basta semplicemente fare politica in un oscuro e doloroso assessorato alle politiche sociali di qualche Comune italiano per capire che le parole sono merce rara e preziosa. Spenderne troppe equivale a farsi del male e a creare illusioni che alla fine possono sfociare nella rabbia.
Poi promette molto, usando sovente un linguaggio che ha un merito grande e un demerito

altrettanto grande. E’ chiaro e comprensibile per tutti e non ha peli sulla lingua. Può non piacere, ma non si può certo dire che non sia diretto, sincero e immediato.
Dopodiché indulge però, con spiacevole insistenza, alla retorica semi-predicatoria a cui non seguono adeguati atti parlamentari, di governo e di indirizzo politico. Basti pensare alle omelie post-tridentine sul valore della scuola, accompagnate finora però solo da un naufragato progetto di pensionare quattromila docenti che faticano anche a trascinarsi per i corridoi e per la aule e da un corposo e scoppiettante rapporto scritto, davanti al quale non si comprende ancora bene come uscire dalla condizione di disperazione sociale ed educativa in cui versano tutti gli operatori del settore, dagli insegnanti agli stessi studenti, per non parlare poi delle drammatiche turbolenze che riguardano centinaia di migliaia di posti di lavoro e stipendi semplicemente ancora, e per lungo tempo, inaccettabili e offensivi.

Tuttavia la contraddizione più grande e pericolosa é la sfida della nuova legge sul lavoro, dove Matteo sta giocando una partita azzardata e ricolma di incognite.
Sappiamo tutti benissimo che la disoccupazione é il nemico numero uno della tenuta sociale e che creare posti di lavoro é la vera priorità, ma continuo a pensare che non basti lavorare. Occorre farlo nel rispetto di condizioni dignitose, di prospettive di affermazione professionale, di riconoscimento salariale adeguato e di garanzie del posto di lavoro. In questo lo Statuto dei Lavoratori ha costituito un baluardo di civiltà e un argine sicuro contro lo sfruttamento e gli abusi. Possiamo davvero credere che gli imprenditori italiani siano in grado di garantire un complessivo rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori? Possiamo credere che ogni agevolazione loro concessa nella flessibilità di gestione della forza-lavoro sia sfruttata per migliorare la società in cui operano? Possiamo avere fiducia in un’effettiva loro disponibilità al rischio? Possiamo crederli disposti a investire oggi per raccogliere frutti copiosi domani?

Io non lo credo perché, figlio di un operaio della sinistra democristiana, non ho fiducia in questa classe imprenditoriale, sovente priva di cultura d’impresa, strutturalmente arrogante fino alla tracotanza, pavidamente ricurva su sé stessa e quotidianamente alla ricerca di privilegi, facilmente portata a non rispettare regole e a non pagare quanto é dovuto per giustizia.

L’impresa italiana non é quella tedesca o scandinava. E’ un’altra cosa e pertanto ha bisogno di freni, di controlli e di regole imposte a tutela dell’equilibrio sociale e della giustizia retributiva. Se così non fosse, la libertà di licenziamento accrescerebbe a dismusura la disoccupazione o provocherebbe condizioni “indiane” di lavoro, con masse di impoveriti alla mercé di qualsiasi processo di sfruttamento.
In questo Matteo sbaglia e non presta attenzione, perché usa strumentalmente l’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori per piegare la resistenza coroporativa di un sindacato, la CGIL di Susanna Camusso, che gli fa la guerra perché la sua segretaria gli fa la guerra in nome di quel modello antico delle “quattro stagioni” di cui parlavo. Susanna é semplicemente una donna comunista della vecchia guardia, che alla fine butta tutto sul personale perché non sopporta l’avversario. Paradossalmente Maurizio Landini, più radicalmente ancorato a certi contenuti di difesa dei diritti dei lavoratori, con Matteo riesce a interloquire proprio perché é un sindacalista depoliticizzato nel senso più intimo del termine. Fa solo il sindacalista.
A questo punto Matteo sta facendo correre un rischio enorme ai lavoratori. Se insisterà su questa strada che mina i loro diritti, non avrà il mio consenso. Deve invece puntare molto più efficacemente a diffondere un modello di redistribuzione del reddito secondo criteri di tutela dei diritti fondamentali della persona e di recupero di un principio di legalità diffusa.
A titolo di esempio, va benissimo l’unificazione delle tipologie dei contratti di lavoro, ma é velleitaria e, stavolta sì, ideologicamente capitalista l’idea di sacrificare diritti personali e sociali del lavoratore con la chimera della creazione di posti di lavoro che non verranno mai o verranno a condizioni inaccettabili.
La vera questione é creare occupazione e non consentire più facilmente licenziamenti.

Porto un solo esempio: deve avere il coraggio di detassare per favorire gli investimenti, controllando ferocemente che i benefici della detassazione vadano davvero per gli investimenti e per la crescita e non per le speculazioni finanziarie.
Infine la vera sfida é crescere culturalmente e socialmente e Matteo deve esercitare una spinta determinante, favorita dal suo carattere. Se vuole davvero cambiare la scuola, cambi allora i modelli educativi e aggiorni i contenuti delll’istruzione, costruendo una scuola di qualità elevata. Se invece insegue feticci come l’Art. 18 o si adagia nel suo narcisismo, é finita per lui e per noi.

Il bivio di Matteo

Ora Matteo é a un bivio.
Gli abbiamo riconosciuto il merito di avere piegato le vecchia politica della spocchiosa sinistra italiana. Gli riconosciamo anche di avere idee ambiziose: riformare la scuola, sconfiggere la burocrazia, ripulire l’amministrazione pubblica, rilanciare l’economia reale, garantire una maggiore giustizia fiscale, ringiovanire e snellire le istituzioni. In poche parole, ridare speranza.
Tuttavia, perché questa speranza non si riduca a essere soltanto una bella parola occorre che finalmente si faccia una “scelta di campo”. O Matteo accetta i compromessi con un modello neoliberale ormai portato allo sfruttamento degli individui in un contesto di competitività priva di regole e di princìpi, vale a dire quello dell’attuale globalizzazione, o vira decisamente verso un modello di sviluppo in un quadro di garanzie inalienabili.
Si parla ogni tanto della svolta della socialdemocrazia tedesca di Bad Godesberg nel 1959, quando le antiche tradizioni socialiste sono state associate, in uno sforzo virtuoso, all’accettazione del modello capitalista, perlomeno quello dalle forme più umane.
Oggi in Italia, con cinquantacinque anni di ritardo, potremmo fare lo stesso, pur con un mondo profondamente diverso e ben più conflittuale e caotico, ma purtroppo ferreamente ordinato secondo le logiche del capitalismo peggiore.
Matteo deve parlare alla gente per davvero e non twittare sulla tastiera, deve proporre interventi legislativi chiari e determinati, deve avere una visione complessiva e una strategia di fondo.
Le ha? Non lo so, ma voglio saperlo.
Che i suoi predecessori, Prodi escluso, non le avessero é assodato. Tuttavia egli deve assolutamente uscirne vittorioso e non può fallire. Visto che tutti abbiamo la coscienza che, dopo di lui, non resterebbero nemmeno i baffi del rancoroso D’Alema, é auspicabile dargli una mano, ma stimolarlo anche a un bagno di realismo e a un confronto quotidiano con la verità di questi tempi difficili.

Resta pertanto la speranza di cambiare davvero, di crescere insieme e di recuperare un capolavoro sprecato chiamato PD.
Il resto é, ancora una volta e una volta di più, ideologia morta.